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Il ferro negli alimenti – Metti il ferro nel panino

Il ferro negli alimenti.  Il ferro è un metallo essenziale in numerose funzioni biologiche:
partecipa al trasporto dell’ossigeno il ferro negli alimenti(emoglobina, mioglobina), degli elettroni (catena respiratoria della cellula) ed è parte integrante della molecola di molti enzimi.

Dove si trova il ferro negli alimenti.

L’uomo si procura tale metallo dagli alimenti in cui è contenuto, mediante assorbimento intestinale (a livello del duodeno e del digiuno). Una volta introdotto nell’organismo, viene trasportato nel plasma da una proteina (detta transferrina), affinché possa arrivare alle cellule dei vari tessuti.

Il contenuto normale di ferro del corpo è determinato dall’equilibrio che si viene a creare tra:

  • capacità di assorbimento intestinale da un lato e fabbisogno del metallo per la crescita
  • e le perdite corporee dall’altro.

Le perdite di ferro avvengono attraverso il passaggio fisiologico di piccole quantità di globuli
rossi (costituiti da emoglobina per la cui formazione è necessario, come già detto, il ferro) nelle feci e nell’urina.  Inoltre attraverso la desquamazione di cellule delle mucose e della pelle.

Le perdite sono mediamente di 0,6 – 0,7 mg al giorno nel maschio e di 1,2 mg nella donna in età feconda.
Da ciò si deduce che i soggetti più a rischio per la carenza di ferro sono le donne in età fertile.

La carenza di ferro (patologica), con conseguenze cliniche importanti quali l’anemia ferro-carenziale, trova origine in:

  • un’insufficiente/inadeguata assunzione alimentare.  Tipico delle diete ipocaloriche volontarie nei Paesi occidentali o malnutrizione nei Paesi sottosviluppati . Oppure fabbisogno aumentato, come durante la crescita, la gravidanza o intensa attività sportiva.
  • Oppure in una eccessiva perdita. Per esempio nelle emorragie croniche, come menorragie, ulcere gastro-intestinali, emorroidi sanguinanti cronicamente, neoplasie del tubo gastro-enterico.

Il ferro negli alimenti nei Paesi occidentali.

Nei Paesi occidentali, Italia compresa, le età di maggior incidenza per la carenza di ferro vanno dai 20 ai 45 anni per la donna, dai 10 ai 20 per entrambi i sessi e dai 40 ai 60 per i maschi.

Le conseguenze di una carenza di ferro danno sintomi clinici in genere quando l’anemia si è già instaurata e sono prevalentemente rappresentati da:

  • facile stancabilità nell’eseguire le normali attività quotidiane;
  • difficoltà alla concentrazione nel caso di attività intellettuali;
  • ridotta capacità scolastica nel bambino.
  • Nei casi più gravi anche tachicardia e difficoltà respiratoria dopo sforzo anche lieve.

Tali sintomi non sono avvertiti se l’anemia non si è ancora instaurata. Come nel caso in cui gli accertamenti bioumorali mettono in evidenza la carenza del ferro circolante nel plasma e l’esaurimento parziale o totale dei suoi depositi.  Ma ancora senza conseguenze sulla normale produzione dei globuli rossi.

La terapia è facile da attuare, mediante composti di ferro in genere assunti per via orale, solo in particolari e specifici casi per via endovenosa.

Ma la cosa più importante da fare, prima di attuare la terapia, è conoscere la causa della patologica o fisiologica carenza di ferro. E quindi affidarsi al proprio medico curante e non al cosiddetto “fai da te”.  Il medico suggerirà, di volta in volta, gli accertamenti più opportuni da eseguire per arrivare alla corretta diagnosi.  Da qui per poter così intervenire direttamente sulla eventuale sottostante patologia (o condizione fisiologica) oltre che sulla correzione della carenza.

Il ferro negli alimenti: cibi ricchi di ferro.

La prevenzione della carenza di ferro si attua attraverso una corretta alimentazione ricca di ferro.

Alimenti ricchi di ferro sono le carni rosse, legumi secchi, prodotti di farina di soia, pistacchi, verdure rosse e verdi).  In tal modo si interviene a prevenirne la carenza soprattutto nelle condizioni di maggior richiesta fisiologica.  Come nell’accrescimento, gravidanza, allattamento, importante attività sportiva. Tale accorgimento non sarà ovviamente sufficiente se la carenza è determinata da una patologia che comporti croniche perdite ematiche.

La popolazione dei donatori di sangue e/o emocomponenti è di solito ben istruita e indirizzata a mantenere sempre buoni livelli di ferro nel sangue. Livelli costantemente controllati soprattutto nei soggetti più a rischio di incorrere in tale carenza.

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